San Vittorino

San Vittorino San Vittorino

L’antica città sabina di Amiternum trae il suo nome dal fiume Aterno[1] ed il suo primitivo insediamento era situato sul colle ove ora e' situato S. Vittorino, all’imbocco della valle.

 

San Vittorino sullo sfondo dei resti del teatro romano

La conquista ad opera del console romano Spurio Carvilio nell’anno 293 a.C. portò la città e il territorio sabino nell’orbita di Roma (Livio narra che la battaglia costò la vita a 2800 uomini ed ebbe 4270 prigionieri).

Ben presto Amiternum ottenne la Prefettura[2] mantenendola anche in età augustea; più tardi divenne Municipio[3].

Il notevole sviluppo della città in età imperiale determinò il trasferimento della pubblica amministrazione e la realizzazione di infrastrutture ai piedi del colle, nella valle amiternina, come testimoniano l’anfiteatro[4],

 

resti dell'anfiteatro

il teatro[5],

 

teatro romano

le terme[6] e il Foro[7].


Amiternum - resti della via Cecilia resti

Inoltre gli scavi archeologici degli ultimi anni hanno evidenziato la quasi totale assenza di edilizia privata nella città del periodo imperiale, salvo alcune ville a carattere agricolo, spingendo a ritenere che il centro abitato di Amiternum fosse ancora quello del vecchio oppidum, l’attuale San Vittorino.

 

resti

In Amiternum nacque nell’anno 86 a.C lo storico latino Caio Crispo Sallustio da ricca ma non nobile famiglia; uomo politico, amico di Giulio Cesare, fu questore, tribuno della plebe, senatore e governatore dell’Africa Nova. Dopo l’uccisione di Giulio Cesare si ritirò dalla vita politica dedicandosi agli studi di storia, fino al 35 a.C., anno della sua morte[8].

Secondo alcuni autori anche Appio Claudio Cieco, censore e console romano che fece costruire la via Appia che da Roma raggiungeva Capua nacque in Amiterno nel 350a.C.

Scrittori locali affermano che questa zona dette i natali a Ponzio Pilato, facendo riferimento ad una pergamena scritta in ebraico circa la sentenza contro Gesù Cristo che sarebbe stata rinvenuta il 25 marzo del 1580 tra le macerie della necropoli di Amiternum[9].

La caduta dell’Impero romano portò a una rapida decadenza della citta’, mentre si diffondeva il Cristianesimo, ormai religione di Stato, con le sue diocesi e pievi che si sostituivano alle istituzioni romane quale protezione e guida per la popolazione smarrita[10].

L’evangelizzazione del territorio di Amiterno risale al I secolo d.C., come apprendiamo dagli Acta Nerei et Achillei sul martirio del suo vescovo Vittorino presso le sorgenti di Cotilia, sotto l’imperatore Nerva (96-98 d.C.). Vittorino fu sepolto nelle catacombe paleocristiane che si trovano nei sotterranei della chiesa di S. Michele Arcangelo di S. Vittorino, edificata su questo luogo di culto successivamente, quando Amiterno fu fatto sede episcopale[11].

Della diocesi amiternina, la più antica d’Abruzzo, conosciamo diversi vescovi, da Valentinus[12] a Ceteo, vissuto tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo, ricordato da Carlo Magno nell’Oratorio di S. Pellegrino a Bominaco.

Con l’espandersi del messaggio evangelico, crebbe sempre più l’esigenza di ascesi, di distacco dai beni materiali, di autosufficienza e la ricerca di luoghi isolati per raccogliersi in preghiera, e il territorio impervio d’Abruzzo ben si prestò, anche grazie alla vicinanza con la sede papale, alla nascita e allo sviluppo del primitivo movimento monastico.

Agli inizi del VI secolo nell’agro amiternino spicca la figura e l’opera dell’abate prebenedettino Equizio, fondatore di molteplici monasteri maschili e femminili[13] dei quali pero’ non sappiamo molto a causa delle distruzione ad opera dei Longobardi attorno agli anni 571-574. Con certezza si sa che un suo monastero era a circa 300 m a sud di S.Lorenzo di Marruci e che a poco più di100 m ad est dell’anfiteatro vi sono i resti della “cella” di S.Maria in Loriano, di probabile fondazione equiziana nel luogo detto anticamente Balneo Ciceronis.

Della città di Amiterno nei secoli successivi alla caduta dell’impero Romano non rimasero che rovine, sopravvivendo solo l’oppidum (S. Vittorino) con la sua chiesa di S. Michele, centro di culto del martire S. Vittorino.


San Vittorinoconvento sul retro di S. Michele arcangelo


bassorilievo bassorilievo

Dopo lo smarrimento successivo all’invasione barbarica, le istituzioni monastiche, più di quelle pievane, seppero rialzarsi grazie alla loro capacità di autosufficienza e al lavoro dei campi praticamente di tutta la popolazione che viveva nei loro territori.

Nei due secoli successivi alle invasioni, il silenzio avvolse la valle dell’Aterno e solo dopo che l’imperiale Abbazia di Farfa ebbe esteso fin qui i suoi possessi si fece un po’ di luce su questo territorio[14].

La presenza farfense non favorì molto la ripresa politica e sociale dell’amiternino, che comincio’ a risollevarsi solo in epoca normanna e soprattutto attraverso la fondazione della città dell’Aquila.

S. Vittorino fu la citta’ di origine della famiglia Camponeschi, una delle piu’ importanti nei primi secoli di vita di L’Aquila, e di Saturnino Gatti (1463- 1518), pittore e scultore.


scorcio di paese

Poco distante da S. Vittorino, a sud - est, si trovano i resti di mura megalitiche, parte della "murata del diavolo".

alla murata

(Sito archeologico di Amiternum, tel. 0871 32951).



[1] Amiternum deriva da Amaternum, composto dall’osco am ( intorno) e Aternum, perché la città era circondata dal fiume Aterno (M.G. BRUNO, I Sabini, cit., 175.

[2] Le praefecturae erano città amministrate da pretori urbani ( praefecti iure dicundo) con popolazione avente cittadinanza romana ma non diritto al voto ( civitas sine suffragio ). Agli amiternini fu concessa la piena cittadinanza Romana nel 268 a.C., privilegio non comune.

[3] Erano considerate municipia città annesse a Roma con perdita di sovranità ma con un grado di autonomia, veniva loro concessa la cittadinanza senza diritto al voto( sine iure) o con diritto al voto (optimo iure). I municipi ottennero la cittadinanza completa nel 44 a.C.

[4] L’anfiteatro di Amiternum, di età imperiale, possiede una forma ellittica , con asse maggiore di 68m e 53m quello minore, si sviluppava su due piani con 48 arcate, tutte integre. Non si conserva traccia delle gradinate, costruite per contenere da 5200-5400 spettatori (G. FORNI,L’intensità della popolazione nella regione augustea del Sannio,”Abruzzo” VI (1968), p. 52ss.).

[5] Il teatro di Amiterno risalente al periodo augusteo, poggia su di una collina, e la sua cavea misura circa 80m di diametro, poteva contenere circa 3300/3400 spettatori.

[6] Le terme di Amiterno erano poste sulla destra del fiume Aterno, ed un acquedotto (Aqua Arentani), proveniente da una sorgente prossima all’odierna Pizzoli, forniva l’acqua per gli impianti. Da un’ epigrafe apprendiamo che i bagni furono fatti costruire da L. Iulius Pompilius Betulenus Apronianus, mentre da una tabula patronatus, si evince che nel 325 d.C., le terme furono ristrutturate con il restaurato dell’acquedotto, la costruzione di un porticato ornato di statue e la riattivazione di fontane con zampilli (salientes) , a spese di C.Sallius Pompeianus Sofronius.(S. ZENODOCCHIO, Saggio di toponomastica amiternina, cit. p. 291-293.)

[7] Recenti scavi hanno portato alla luce la curia e la basilica, poste entrambi sulla sinistra del fiume Aterno presso il vecchio mulino.

[8] Gli abitanti di San Vittorino conservano, ancor oggi,memoria del sito dove era allocata la villa paterna di Sallustio, precisamente in fondo al paese, nella parte alta detta Ereò.

[9] Molto si discusse in Europa in quel tempo sul suo ritrovamento e sulla sua autenticità. L’argomento è stato trattato di recente (A. DE SANTIS, La sentenza di Ponzio Pilato,…………………………….

[10] Al pagus si sostituisce la plebs (pieve), al compitum la chiesa pievana, intorno alla quale si svolge sia la vita religiosa che sociale, mentre il controllo del territorio pievano è affidato al vescovo.

[11] Le catacombe di S. Vittorino sono ritenute tra le più belle d’Abruzzo, in parte poste sotto la chiesa omonima, in parte ad ovest della navata centrale. L’ accesso inizia con un corridoio verso una galleria e sei sale , tre con archi in muratura e tre scavati nella roccia. Ilmartire rioisa nella prima sale, con tomba a cappuccina.

[12] Del vescovo Valentino abbiamo notizia da una lettera spedita a papa Gelasio I tra il 495 e il 496 e la sua sottoscrizione dagli atti del sinodo di papa Simmaco del primo di marzo del 499 d.C. Sottoscrive anche agli altri tre sinodi simmachiani del 501, 502,e 504.

[13] GREGORIO MAGNO, Dialogi, a cura di U. MORICCA, 1924, P. 28; G. MARINANGELI, Equizio amiternino e il suo movimento monastico, in Bullettino Abruzzese di Storia Patria, (in seguito BDSP), 64 (19749 ),P. 309; S. ZENODOCCHIO, Saggio di toponomastica amiternina, cit. pp. 284-5.

[14] L’abbazia di Farfa ebbe ampi possessi nell’amiternino e questo si evince da un centinaio di atti notarili stipulati tra l’ VIII e il XII secolo.

 




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