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Il verde come terapia, ieri e oggi, presso l’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio

Particolare del Piano Regolatore “Piccinato”; sulla destra è visibile la planimetria dell’ospedale psichiatrico di Collemaggio. Particolare del Piano Regolatore “Piccinato”; sulla destra è visibile la planimetria dell’ospedale psichiatrico di Collemaggio.

Appresa dai media la notizia dell’interessante iniziativa volta a fornire idee e progetti per il recupero dell’area dell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio, si ritiene utile fornire alcune notizie storiche sull’importante complesso costruito in città agli inizi del ’900.

Studi di storia della medicina e sociali sono oggi volti alla riscoperta dell’importanza che nella seconda metà dell’’800 e nella prima parte del ’900 ha avuto la costruzione in Europa e in Italia dei manicomi per i «folli». Non è questa la sede per un approfondimento di tali tematiche ma è importante dare qualche informazione sulle premesse storiche della costruzione del manicomio aquilano proprio per l’importanza che oggi la struttura può acquisire nell’ambito di un recupero degli spazi cittadini.

Da un dibattito svoltosi in quegli anni sulla necessità non solo di internare, ma anche curare i cosiddetti «folli», nasce la necessità di adattare strutture esistenti o, nella maggior parte dei casi, di costruire ex novo delle vere e proprie micro-città per accogliere i «malati di mente» nelle loro diverse accezioni. Le strutture architettoniche a volte pensate da architetti di fama, furono progettate insieme a psichiatri che, in mancanza all’epoca di terapie mediche specifiche, ritenevano importante come cura anche l’ambiente in cui tali malati vivevano e quindi imprescindibile, per la cura stessa, la presenza di verde, di giardini, di buona aria e tranquillità. Importante poi la possibilità di utilizzare il lavoro come terapia, per, diremmo oggi, un proficuo reinserimento. Da qui la presenza di laboratori e colonie agricole come parte integrante e fondamentale  di queste cittadelle dei malati di mente. I complessi architettonici nati in moltissime città italiane sono oggi oggetto di ricerche per l’importanza che hanno avuto nella storia sociale e per la necessità di un loro recupero dopo la loro dismissione determinata dalla legge 180 («Legge Basaglia») del 1978. Recupero volto anche alla tutela e alla valorizzazione di questi complessi che, generalmente, si trovano nei pressi della città, inseriti in ambienti di pregio.

Il nostro ex manicomio di S. Maria di Collemaggio si inserisce perfettamente in questo discorso generale sia per il contesto ambientale, sia per il progetto che risale ai primi anni del ’900, sia per il valore che l’area e le strutture hanno avuto, e oggi più che mai hanno, per la città. È per questo che si riportano brevemente alcune notizie  tratte da documenti conservati presso l’Archivio di Stato dell’Aquila .

Il Manicomio fu costruito su terreni di proprietà  Castelli-Cito, estesi per circa 9 ettari e utilizzati a seminativo e vigna, nei pressi di altre proprietà agricole e case coloniche. In realtà inizialmente con una delibera del dicembre 1902 il Consiglio Provinciale aveva individuato per la costruzione del nuovo manicomio l’area, di proprietà Petrini, situata sul lato opposto rispetto alla Basilica, con l’intento di utilizzare alcuni fabbricati già esistenti per il ricovero dei «folli» e l’ospizio dei mendicanti. A giugno del 1903, per una serie di motivazioni e in base anche alla relazione di un eminente psichiatra , si deliberò di spostare il manicomio nell’attuale area ritenuta più idonea per una struttura di maggiori dimensioni che avrebbe dovuto ospitare fino a 420 «folli» dell’intera provincia.

La pianta del progetto (ancora ben osservabile anche nella carta che si allega, stralcio del piano regolatore Piccinato del 1958, fig. 1) mostra subito la concezione di cittadella con padiglioni simmetrici, presenza di strade e servizi con ad esempio un locale lavanderia, uno per la disinfezione, una cabina per trasformatori elettrici, una torretta per il serbatoio delle acque, la camera mortuaria. Da una stima del 1917 effettuata per il pagamento delle imposte ricaviamo alcuni dati sugli edifici e una data, il 1 gennaio 1915, per il completamento dei lavori e la piena funzionalità della struttura  

La cittadella è a padiglioni e la loro funzionalità è definita dalle esigenze determinate dal tipo di malati. Un edificio  era adibito infatti ai malati che necessitavano di cure e osservazione, un altro ai malati tranquilli, un terzo per gli «agitati» e i «semi-agitati» per i due sessi separatamente. Ai reparti si aggiungeva uno stabile per i servizi generali con la direzione, la sala divertimento, gli alloggi dei medici, l’oratorio ecc. e un edificio per gli infermi infetti. Il tutto circondato da giardini e verde, elementi visti come terapia per la mente.

Considerato il percorso progettuale presentato e la possibilità per tutti di fornire idee e conoscenze, sarà certamente utile approfondire la storia del nostro ex manicomio per poter meglio comprendere sia il valore paesaggistico dell’area con il vasto giardino che potrà ancora oggi migliorare la qualità della vita dei cittadini,  sia il valore legato alla testimonianza storica  fornita dalla sua particolare architettura.

 

Maria Rita Acone

Presidente Archeoclub L’Aquila


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